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mercoledì 27 Maggio 2020

Il revenge porn: come si punisce il reato in Italia

Con la locuzione revenge porn (o revenge pornography), di origine anglosassone, si fa riferimento ad una sorta di “vendetta pornografia”. Attraverso la diffusione di immagini o video privati, a sfondo sessuale, di propri ex, scegliendo il web e soprattutto i social. Si usa così in modo distorto e senza il consenso dei protagonisti di contenuti privati ed intimi, con scopi vendicativi.

Nel nostro Paese ha preso piede tale fenomeno come evidenziato dal moltiplicarsi di episodi di “vendetta porno” nei confronti soprattutto delle donne, che hanno subito la profanazione della loro sfera intima. Visto che come effetto si è registrata la diffusione massiccia della propria immagine senza consenso. In alcuni casi, il contenuto del revenge porn è rappresentato da immagini e video che si sono raccolti ad insaputa della stessa vittima.

Questo tipo di vendetta all’inizio è stata vissuta come un fenomeno virale, con immagini private diffuse online con delle continue condivisioni, che hanno fatto registrare anche drammatiche storie con vittime che non sono riuscite a sostenere il peso della vergogna e della gogna social finendo per suicidarsi.

Revenge porn
revenge porn

Ma con il termine revenge porn si fa riferimento anche alla minaccia di pubblicazione, talvolta a scopo di estorsione, di scatti o video che immortalano persone impegnate in attività sessuali o ritratte in pose dal contenuto sessuale esplicito. Anche in questo caso, la diffusione di tali contenuti avviene senza il consenso delle persone coinvolte.

Il fenomeno della vendetta pornografia è diventato capillare anche a causa della consueta frequentazione dei social da parte della gente che condivide attraverso tale canale la propria vita. La diffusione di questi contenuti avviene anche attraverso e-mail e sms. Le vittime di revenge porn richiedono spesso un supporto di tipo psicologico, perché vivono questa forma di violazione della propria intimità come una vera e propria violenza sessuale. In alcuni casi risentono del forte impatto dell’umiliazione, a causa delle offese arrecate alla propria dignità e dimensione sociale.

Lo sconfinamento del revenge porn in casi di cronaca ha evidenziato come il ricatto sessuale sia usato in modo punitivo ed illecito verso le vittime, da parte di persone che in precedenza stringevano un rapporto sentimentale con lei. Si tratta di un meccanismo di tipo non solo punitivo ma anche umiliativo, allo stesso tempo si mette in atto con questo atteggiamento una sorta di controllo nei confronti degli ex.

La normativa ad hoc con cui si punisce il reato di revenge porn

Tutte queste ragioni legittimano le azioni punitive nei confronti di tale forma di ricatto, ed infatti il Codice penale persegue coloro che favoriscono la diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti senza consenso dei diretti interessati. In Italia, solo dall’agosto 2019, il revenge porn è punito come reato, come previsto dal nuovo art. 612-ter del Codice penale.

Il fenomeno ha risentito di una crescita esponenziale negli ultimi anni anche in Italia dove gli episodi di vendetta pornografica hanno avuto degli strascichi drammatici, a causa della morte delle vittime, esasperate dalla situazione insopportabile creata in seguito alla diffusione dei propri video o scatti privati.

Per offrire alle vittime del fenomeno del revenge porn un’arma con cui difendersi in molti Paesi si è intrapresa la strada della tutela di chi subisce tali effetti nocivi, dando vita a delle specifiche normative. Oggi chi si macchia di tali episodi di cronaca è perseguibile dalla legge non solo in Italia ma anche in Germania, Regno Unito, Israele, negli USA.

In Italia, prima dell’entrata in vigore della normativa ad hoc, l’unica possibilità che le vittime avevano era quella di fare appello alla legge sui reati di: diffamazione, estorsione, violazione della privacy e trattamento scorretto dei dati personali.

Ma trattandosi di una tematica delicata e particolare si è provveduto a formulare una normativa specifica capace di punire la gravità del fenomeno. Grazie alla legge Codice Rosso è stato introdotto il reato di revenge porn in Italia, punito dal Codice penale. Questo iter giudiziario è stato alquanto movimentato, animato dai casi di cronaca che hanno sensibilizzato verso tale tematica. Così sono sorti dapprima i dibattiti nelle aule parlamentari, con la presentazione di vari decreti legge che premevano per introdurre un reato ad hoc.

Diversi partiti politici nel corso del 2016 hanno espresso la necessità di sanzionare il revenge porn tramite una norma adeguata nel Codice penale, per perseguire la diffusione di immagini e video sessualmente espliciti. A tale proposta hanno fatto seguito due disegni legge: uno, presentato a Montecitorio il 9 gennaio 2019 e l’altro presentato in Senato il 12 marzo. Il terzo disegno di legge è stato proposto da Forza Italia con presentazione il 5 marzo in Senato.

Dopo questo cammino, il revenge porn è diventato reato penale con la traduzione in legge del Codice Rosso con cui si fa riferimento alle modifiche apportate al Codice penale ed al Codice di procedura penale, in modo da tutelare le vittime di violenza domestica e di genere. Con introduzione della Legge n. 69/2019, in vigore a partire da agosto 2019.

Per legge dunque è stato riconosciuto il reato per: “chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde, senza l’espresso consenso delle persone interessate, immagini o video sessualmente espliciti, destinati a rimanere privati”. Un reato che prevede per chi se ne macchia come pena la reclusione da 1 a 6 anni e la multa da 5.000 a 15.000 euro.

È perseguibile inoltre la condotta di coloro che condividono il contenuto delle immagini diffuse dall’autore del reato, quindi la stessa pena si potrà applicare ai soggetti che hanno ricevuto oppure hanno acquisito i contenuti, favorendone la propagazione ai danni delle vittime. Il reato di revenge porn prevede poi delle aggravanti, se la pubblicazione illecita è compiuta dal coniuge, anche separato o divorziato: da persona che è o è stata legata da una relazione di tipo affettiva con chi viene offesa.

Tra le altre aggravanti si segnala il ricorso a strumenti informatici o telematici ma anche se tale reato è stato commesso nei confronti di un soggetto in condizione di inferiorità fisica o psichica ma anche se il danno viene arrecato ad una donna incinta. Il reato è punibile dopo la denuncia da parte della parte offesa, che potrà essere proposta nel termine di sei mesi e rimessa solo in sede processuale; nel caso invece di aggravanti si è soggetti ad una condanna d’ufficio.

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